mercoledì 1 giugno 2011

La mia non-relazione con la morte di O.Tamburis

Lungo articolo/recensione su Dr.Morgue n.1 - La Morte Perfetta realizzato da Oscar Tamburis per UBC fumetti.com. La critica è corredata anche di scheda tecnica su questo numero di esordio della mini-serie, con alcune domande inedite alle autrici.
La famosa "Legge di Serra sull’idea" recita più o meno che se si pensa di avere avuto una buona idea, questa l’ha già avuta uno prima di te; se invece si pensa di avere avuto un’ottima idea, allora almeno dieci persone prima di te l’hanno concepita. Questo preambolo per dire che la somiglianza (più o meno vaga) tra Yoric Malatesta e Adrien Brody, oppure la tematica principale della mini-serie, che ha più di un elemento di rimando a serie come Dexter o Bones, senza contare quanto si intuisce sulla dinamica dei titoli (in cui la parola "morte" che sembra ricorrere puntualmente richiama un modo di fare simile nei titoli degli episodi della serie The Mentalist), sono tutto tranne che la dimostrazione che dr. Morgue sia un mero "frullato" di queste come di altre fonti di ispirazione.

Intendiamoci: passando da Serra a Lavoisier (o da Antonio ad Antoine, che dir si voglia), il fatto che tutto si trasforma è indice del fatto che sicuramente questi come altri elementi di ispirazione abbiano partecipato del "concepimento" di Yoric Malatesta; è però altrettanto vero che nell’anteprima dedicata al personaggio, le due autrici Rita Porretto e Silvia Mericone hanno dichiarato che l’idea originale nasce addirittura nel 2003, ben prima quindi che alcuni di quegli stessi progetti prima citati siano stati a loro volta creati e sviluppati. Come dire (usando le parole di Neil Gaiman): Omnia mutantur. Nos et mutamur in illis.

Considerazioni del genere sono forse scontate, o addirittura "telefonate" (giornalisticamente parlando) quando si introduce il primo numero di un nuovo progetto; nondimeno la loro funzionalità va inserita all’interno di un parterre di riflessioni ben più ampio, che cala - o fa emergere - un nuovo personaggio all’interno di uno scenario, quello dell’editoria a fumetti, dalle problematiche e dalla complessità crescenti, smussate solo apparentemente attraverso la declinazione in ambiti più specifici, quali il mercato italiano di genere e, in successiva analisi, quello relativo alla casa editrice che lo tiene a battesimo. E anche qui il confronto scontato con la Bonelli quale principale realtà nazionale del settore può anche lasciare il passo ad una più opportuna disamina delle politiche della Star Comics, la quale negli ultimi anni sta operando delle scelte editoriali ben precise, che per buona parte si concretizzano nel varo di un congruo numero di mini-serie dalle tematiche abbastanza assortite (da Cornelio a N.O.X. a The Secret, tanto per citare alcuni nomi). Sembra quasi che lo sdoganamento del termine "bonellide" sia alle porte, qualora non sia in realtà già avvenuto, e ciò auspica un mutamento nella percezione del mercato fumettistico, quantomeno da parte dei cosiddetti "clienti" (vale a dire coloro che sono in buona misura consapevoli del proprio potere d’acquisto, ed in grado di esercitare una certa capacità di scelta tra i vari prodotti) rispetto ai rimanenti "utenti" (i mai troppo citati lettori occasionali, tanto per intenderci).

L’analisi del primo numero di dr. Morgue consta anche di queste suggestioni, alle quali a questo punto va doverosamente accompagnato un esame più precipuo di chi sia e dove agisca questo alto e allampanato "spaccamorti" affetto dalla sindrome di Asperger. Cerchiamo di muoverci a cerchi concentrici, focalizzandoci su obiettivi via via più specifici. Iniziamo quindi da Montreal: la Métropole canadese è una location poco o per nulla presente come teatro di serie televisive/fumettistiche, ragion per cui si presenta come elemento dal forte potenziale narrativo, chiamato verosimilmente a manifestarsi nel corso delle successive uscite della testata.
In questo primo numero, intanto, i disegni di Francesco Bonanno già portano il lettore dal parco di Mont Royal al ponte Jacques Cartier, passando per il porto e l’Hotel de Ville, pur senza rinunciare a visitare alcune delle terre del sogno in cui si annidano gli spettri e gli enigmi del passato di Yoric. Abbastanza funzionale anche l’introduzione dei vari comprimari, dall’ispettore Warren ed i suoi collaboratori, all’assistente di Yoric, Mia, fino a Laverne, la quale sembra venire proposta come "controparte" femminile del protagonista, sebbene secondo dinamiche ancora tutte da esplicitare (e non solo per la professione che svolge). A latere, le figure del Sindaco di Montreal e di un esponente della Chiesa cittadina, ai quali sono dedicate alcune tavole nel finale, necessarie per introdurre la macro-trama che farà da filo conduttore della serie, accompagnandosi in secondo piano alla trama principale di ogni numero.
Ovviamente tutti questi elementi, con le loro mutue interazioni, ruotano attorno a lui, a Yoric, e dato il particolare disturbo di cui soffre, questa frase detta così potrebbe anche strappare un sorriso, visto che "[...] Gli individui con la Sindrome di Asperger hanno un'intelligenza nella norma o addirittura superiore alla norma, e possono offrire grandi contributi intellettuali, ma allo stesso tempo, a causa della loro scarsa capacità di empatia, possono mostrare insensibilità sociale e apparire indifferenti verso i propri cari. Anche se i deficit manifestati da queste persone sono spesso debilitanti, molti individui ottengono risultati positivi, soprattutto in aree in cui non è richiesta un'interazione sociale [...]". La capacità di un personaggio di calamitare interesse su di sé, più o meno immediato, sta in genere in uno o più aspetti caratteristici che lo allontanano apparentemente da una condizione di normalità, in modo tale che in ogni sua avventura, buona parte degli sforzi che egli compie per giungere alla conclusione sia dovuta proprio al suo dover fare i conti con questa sorta di uno o più "vincoli". Stan Lee ne ha fatto un vero e proprio paradigma, condensato nella celebre espressione "supereroi con superproblemi".
Nel caso in esame, la sfida (almeno sulla carta) sta quindi nell’immaginare innanzitutto come una persona la cui mente non riesce ad agganciarsi alla realtà esteriore, come coloro che soffrono di autismo classico, possa condurre un’esistenza che presenta già di per sé notevoli e molteplici livelli di difficoltà, e tutto questo unitamente al tipo di situazioni che, per la natura del suo lavoro, è chiamato a fronteggiare. È questa un’equazione (tanto per usare un termine improprio) che ovviamente in questo numero d’esordio viene introdotta solo in parte, per cui solo alcuni aspetti vengono mostrati; ciò tuttavia non inficia il processo di identificazione del lettore con il personaggio, anche perché lati importanti della complessa figura di Yoric già vengono sapientemente presentati, quali il suo rapporto con la morte ed il suo percorso di cura, reso nello specifico in maniera molto coinvolgente nella sequenza delle pagg.28-31, e ben suggerito in particolare dalla scansione della tavola che pone Yoric ed il suo analista in una sorta di confronto all’americana, lasciandoci contemporaneamente il sospetto che quel momento sia davvero vissuto e non solo immaginato.
Riprendendo allora alcuni fili sparsi del discorso, per quanto concerne l’apparente condizione di normalità (definibile quasi come una "normalità di prossimità") si può concludere che il lavoro delle due autrici, come risultato di un imprecisabile mix di ispirazione ed analisi a tavolino, traspare da queste pagine come forte di una solida consapevolezza di fondo circa il protagonista ed il suo mondo.
E si ricollega di conseguenza anche la questione "bonellide", che appare dopo la lettura davvero come un tabù del tutto svuotato di senso; a sostegno di questa tesi c'è infatti, per una curiosa coincidenza di eventi, la storia a firma Porretto & Mericone che compare nel recente Dylan Dog Color Fest, e che può ulteriormente contribuire, se ce ne fosse ancora bisogno, a "sdoganare" il tabù di cui prima, nel senso di veicolare l’attenzione sulla reale forza dei testi, indipendentemente dalla casa editrice alla quale questi sono collegati. Il discorso è analogo per quanto riguarda i disegni, anzi per certi versi anche più pregnante. La prova sulle 94 tavole di Bonanno regge tutto sommato il colpo, per quanto si noti senza eccessiva difficoltà una varietà del tratto, che diviene più pulito nel corso delle pagine, perdendone però al contempo in espressività. Ciononostante, il personaggio di Yoric riesce sempre a trasmettere un senso di trasandatezza che sembra quasi creare una barriera fisica nei confronti di chi gli sta intorno (si veda ad es. pag.31), palesando la sua carenza di connessioni con il mondo esterno (resa in maniera efficace nella splash page di pag.73 e a pag.77). E proprio intorno a lui, gli altri personaggi ben recitano i rispettivi ruoli, ivi compresa la stessa Montreal che, come già accennato, già fa buona mostra di sé e delle sue bellezze, pur lasciando di certo intendere di avere altre frecce al proprio arco per catturare nel prosieguo l’attenzione del lettore.

Una prova quindi che mostra una sicura capacità dell’autore, (ancora) non perfettamente bilanciata da una corretta dose di esperienza. Giudizio non negativo anche sulla copertina, che interpreta correttamente le regole non scritte per un numero d’esordio, pur se mancando - complice anche il colore - di veicolare in maniera altrettanto efficace le atmosfere noir della storia.

La Star Comics punta sulle mini-serie. In questo modo, lo sforzo degli autori deve essere quello di offrire un prodotto dai contenuti densi, allo scopo di mantenere costantemente alto il livello del ritmo della narrazione. È in pratica lo stesso ragionamento che spinge i network d’oltreoceano a produrre stagioni da 12 episodi, invece dei canonici 23/24. I cosiddetti "pilots" hanno quindi l’arduo compito di premere sull’acceleratore fin dall’inizio, così come nel nostro caso si è cercato di presentare una storia che amalgamasse i tanti spunti narrativi che le autrici hanno avuto modo di sedimentare nel corso del tempo.
Molto probabilmente (ma non è necessariamente un male) non tutte le loro aspettative saranno state soddisfatte nell’arco della storia. Lo sono invece quelle del lettore, che si trova di fronte un soggetto solido, sebbene leggermente scalfito da alcune sbavature in sede di sceneggiatura. Ciò che più conta è che una lunga gestazione abbia portato alla fine ad una figura davvero diversa da tante altre, e quindi per questo ancora di più chiamata al banco di prova dei numeri a venire.

Yoric ha della stoffa. Bisogna adesso vedere come gli verrà cucita addosso.

La parola alle autrici 
D.: Come autrici di un nuovo personaggio, quanto avete pianificato a tavolino la "costruzione" di Yoric Malatesta (a cominciare dal nome), e quanto invece avete seguito l'ossessione nel cercare di dare vita ad una figura quanto più possibile originale? 
R.: In realtà è stato tutto molto più naturale. Ad esempio il nome è nato dal desiderio di sceglierne uno che iniziasse con la "Y" perché volevamo fosse evocativo dell’incisione effettuata sua cadaveri all’inizio di un’autopsia..e abbiamo scelto "Yoric" come omaggio a Shakespeare, alcuni lettori infatti ci hanno scritto chiedendoci se fosse un omaggio al famoso teschio dissotterrato dell’Amleto; il Dr.Morgue in questo senso è particolarmente ricercato nelle piccole citazioni/omaggio. Il cognome invece molto più facilmente lo abbiamo scelto da un ceppo di cognomi italo-canadesi che abbiamo cercato sul web. Yoric Malatesta insieme suonava bene e quindi abbiamo deciso così. Tutto il resto lo abbiamo studiato a tavolino, nel senso proprio che..abbiamo dovuto studiarlo. Poiché la sindrome di Asperger è protocollata, il margine di invenzione era comunque subordinato alla realtà di una patologia definita. Le reazioni burbere di Yoric, l’apparente senso dell’umorismo quando non capisce le metafore o le frasi fatte, la misoginia che in realtà maschera una difficoltà di relazione col sesso opposto e con le persone in generale, e molti altri aspetti fanno tutti capo a delle testimonianze che realmente abbiamo appreso da chi soffre di questa sindrome. Andando avanti coi numeri emergeranno anche gli aspetti più propriamente psichiatrici come l’ansia, la difficoltà di coordinazione e via dicendo. Noi raccontiamo il romanzo di un asperger che fa il medico legale: chiaramente non c’è la pretesa di farne un trattato psicodiagnostico, ma sicuramente di tratteggiare qualcosa di credibile. Se il lettore percepisce tutto questo come artefatto o "ostentatamente" originale è perchè probabilmente non conosce questo ambito di studi. Spesso noi poniamo l’accento sull’incomunicabilità che esiste tra Yoric e gli altri, ma che in maniera molto più ampia rappresenta la mancanza di comprensione, di empatia, di ascolto che esiste di norma tra le persone, e che in lui è solo esasperata. I tratti prettamente noir, se così possiamo definirli, sono giunti solo dopo molti anni, preceduti dall’idea e dalla voglia di raccontare dei casi di omicidi dal punto di vista dei tecnici, la morte dal punto di vista di chi la "vive davvero" nei suoi colori, nei suoi odori e nei suoi mille aspetti, che troppo spesso vengono romanzati e giungono a noi attraverso filtri poco realistici. Noi volevamo raccontare la morte per quello che è..e chi meglio di un medico legale poteva rappresentare questo? 

D.: Coincidenza o meno, siete in edicola con ben due storie, una delle quali su Dylan Dog. Qual è stato il vostro percorso di identificazione con un personaggio che, per quanto "flessibile" nella sua interpretazione, dopo ormai 25 anni presenta dei canoni dai quali non si può prescindere? 
R.: Personaggi che esistono da così tanti anni, li conosci perché ti hanno accompagnato lungo il tuo percorso di vita, li hai seguiti e ti hanno seguito negli anni e si sono evoluti, nel bene e nel male, possiamo anche dire che si sono "usurati". Dylan ormai è talmente popolare da essere nell’immaginario collettivo anche di chi non lo ha mai letto. Per questo non c’è un vero e proprio processo di identificazione, altrimenti si rischierebbe di raccontare un personale Dylan Dog, una versione/visione arbitraria per certi versi, che magari poco ha a che fare con la "realtà" del personaggio che tutti condividono e pretendono di conoscere. L’approccio iniziale verso questo personaggio non può che essere accompagnato da una forte dose di umiltà, consapevoli di aver cercato di interpretare quelli che sono i suoi clichè più datati, nel rispetto per i lettori che hanno un’idea molto totalizzante di Dylan. Ci sono delle linee guida, diciamo così, da seguire e percorrere per scrivere di Dyd; dentro queste linee si ha un margine di movimento che abbiamo provato a "sfruttare" in modo un po’ metastorico per delineare un’istantanea dell’Old Boy. 

D.: Capitolo mostre: da semplici fruitrici ad autrici che si trovano per la prima volta dall'altra parte della barricata, con l'intento letteralmente di vendere il proprio prodotto. Come vedete voi oggi il circuito fieristico nel confronto con il mondo in continua evoluzione del fumetto? Qual è oggi la sua capacità di strumento/veicolo di marketing? 
 R.: Crediamo sia necessario fare una distinzione tra i diversi eventi fieristici. Esistono fiere di portata enorme e piccole realtà che magari interessano o coinvolgono soltanto pochi addetti ai lavori. Poi ci sono alcune fiere che vengono presentate quasi come un’esclusiva per cosplayers. E ancora..molte fiere si accompagnano sempre di più a mostre tematiche che raccontano infiltrazioni nel fumetto da parte di arti molto più.. vogliamo dire pubblicizzate? Trattate dai grandi media? Ci ha fatto riflettere un servizio televisivo dedicato al Comicon che non parlava del Comicon, quanto delle mostre in atto al Comicon senza nemmeno un accenno alle proposte editoriali ivi presentate. È come se il fumetto - e non chiederci i motivi perché sinceramente non li conosciamo - debba essere relegato sempre di più a prodotto (o sottoprodotto?) di nicchia, riservato a una ristretta cerchia o tipologia di persone..che non sono nemmeno tutte quelle che partecipano alle fiere. Molte persone girano per gli stand, guardano con curiosità, ma in pochi si predispongono con coscienza critica di fronte alla lettura. C’è chi imputa questo allontanamento dal fumetto alla monopolizzazione del divertimento globale da parte delle tecnologie, non sappiamo fino a che punto questo sia vero, perché per altri versi pensiamo che sia stato il fumetto stesso ad allontanarsi da sé stesso perdendo in parte quella sua dimensione di "cane sciolto" nell’ambito dell’arte. Per questo, pur senza voler generalizzare, a volte le fiere sono più un’occasione di confronto per addetti ai lavori che un reale mezzo efficace di promozione per gli albi. Tuttavia, non si può prescindere da esse, ma se dovessimo parlare solo in termini di fiere/vendite, non sappiamo fino a che punto il bilancio possa risultare in positivo.

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