giovedì 5 aprile 2012

Dr.Morgue su Comicus.it

Una lunga e bellissima intervista alle autrici del Dr.Morgue, Silvia Mericone e Rita Porretto, è stata dedicata dal portale Comicus.it e realizzata da Francesco Borgoglio, che ringraziamo personalmente per la grande attenzione che ha posto lungo tutta la mini-serie e per lo spirito critico. Buona lettura!
Yoric Malatesta  è entrato subito nelle simpatie del lettore nonostante la complessità del personaggio e soprattutto la sua originalità.
La stessa critica ha accolto molto positivamente questo nuovo protagonista del fumetto italiano e dr. Morgue è risultata quindi e subito un’altra miniserie vincente targata Star Comics.
Uscito da poco il sesto e ultimo numero, abbiamo colto l’occasione per intervistare le sue autrici: Rita Porretto e Silvia Mericone, le quali hanno immediatamente risposto con squisita gentilezza.
Ciao Rita, ciao Silvia. È un grande piacere avervi su Comicus e grazie per la vostra disponibilità. Complimenti per il vostro dr. Morgue e naturalmente complimenti a Francesco Bonanno, il papà “grafico” di Yoric.Ciao, grazie a te e alla redazione di Comicus, che ha mostrato tanta attenzione e affetto per la miniserie. Ne approfittiamo per salutare e ringraziare anche gli utenti del forum per i loro commenti e osservazioni. Abbiamo sempre letto tutto, ma per riservatezza e timidezza abbiamo centellinato i nostri interventi, rispondendo soltanto nei casi in cui era richiesta una precisazione di qualche tipo.

Partiamo con una domanda inevitabile.
Nonostante come raccontiate voi in seconda di copertina del numero 4, un “protagonista malato” abbia suscitato non poche perplessità e scetticismo in diversi editori, voi ci avete creduto dall’inizio e i fatti vi hanno dato ragione. dr. Morgue è tuttavia una figura complessa e sicuramente atipica per un fumetto popolare, com’è nata l’idea di un soggetto affetto da Asperger, potete spiegarci la genesi di questo personaggio?

Noi abbiamo sempre preferito dire che quella di Yoric e di chi ha l’Asperger come lui non sia una malattia, ma una “condizione” ed è proprio da questo concetto che siamo partite, ovvero l’idea di costruire un personaggio a fumetti che fosse “davvero” diverso. Un po’ cinicamente ci siamo dette che ormai non è più l’epoca degli “eroi”, era necessario guardare nel quotidiano per poter delineare un personaggio che fosse più verosimile che infallibile. E così abbiamo tratto ispirazione da una persona realmente esistente, per questo a volte le sue parole e il modo di descriverlo sono sembrati ai lettori qualcosa di assolutamente tridimensionale, in effetti lo erano.

La risposta di pubblico e critica è stata entusiasmante così come quella delle associazioni e rappresentanze di persone affette da Asperger e autismo. Cosa vi ha gratificato di più?
Leggendo questa domanda, uno dei primi ricordi che ci torna in mente è un messaggio di uno dei ragazzi di mondo Asperger, che ci ringraziava per averlo citato nel dr. Morgue numero 5, lo trovava emozionante, anzi ha usato il termine “buffo”. Dietro quel messaggio c’era un arcobaleno di emozioni che ci ha quasi sopraffatte. È chiaro che una risposta di pubblico è importante e vitale per la sopravvivenza di un fumetto, ma pensiamo e speriamo di non essere ingrate se diciamo che uno dei nostri obiettivi principali era proprio quello di diffondere un certo messaggio. Ci rende orgogliose il fatto che sia stato accettato e che nel suo piccolo abbia contribuito a incuriosire su certe tematiche. Ci ha riempito di commozione che dr. Morgue sarà presente alla rassegna cinematografica di CinemAutismo che si terrà a Torino dal 29 marzo al 2 aprile, sponsorizzata dall’Associazione Museo Nazionale del Cinema, davvero non ce l’aspettavamo e forse questo è stato il traguardo più sentito e difficile da raggiungere, la completa identificazione degli Asperger, lo hanno in qualche modo “adottato”.
Nel numero 3 date una definizione “scientifica” e incontestabile di normalità: “La normalità è solo una questione numerica, ovvero è la maggioranza dei comportamenti selezionati entro uno spazio e tempo definiti”. È una frase di enorme portata a nostro avviso, che da sola potrebbe essere presa come manifesto contro ogni forma di discriminazione; da sola potrebbe esprimere l’essenza di dr. Morgue se siete d’accordo; la vostra mini è riuscita a schiantare i muri e i cliché di questa cosiddetta normalità; era questo un obbiettivo che vi eravate in qualche modo prefissato?
Grazie, perché ci permetti di sottolineare uno dei passaggi per noi fondamentali di questo ciclo di storie. Spesso il terzo episodio ci è stato indicato come “fuori serie”, ma nella logica del racconto che avevamo in mente, questo episodio serviva principalmente a esprimere il concetto di diversità da un altro punto di vista, condivisibile o meno. Le protagoniste dell’episodio subiscono inizialmente un rifiuto da parte della società che le circonda. Il dolore per la mancata accettazione si trasforma a sua volta in un rifiuto verso chi le ha prima etichettate e poi discriminate. Le tre ragazze diventano una maggioranza dentro cui chiudersi, un loro mondo dove sono la normalità, dove la malattia da gabbia diventa rifugio, da proteggere ad ogni costo. E si avvicinano a Yoric credendo che, per via dell’Asperger, anche lui abbia avuto un vissuto simile e possa capire il loro dolore. Noi non abbiamo mai ambito a far del dr. Morgue un fumetto educativo, ma volevamo instillare nel lettore un dubbio morale su cui riflettere ad ogni episodio.

Un fumetto come dr. Morgue ha colpito il lettore attento anche per la precisione, la cura che avete dimostrato nell’utilizzare argomenti e termini tecnici e specialistici quando si è trattato soprattutto di descrivere il lavoro di Yoric così come la sua patologia. Quanto tempo avete dovuto dedicare alla documentazione e qual è il rapporto tra verità scientifica e fiction nel personaggio?
È capitato che nella stesura delle sceneggiature impiegassimo anche diversi giorni di studio per scrivere soltanto una frase detta da Yoric in sala autoptica. Il dr. Morgue è arrivato dopo anni di telefilm, film e libri che hanno diffuso, in modo più o meno veritiero, termini e procedure scientifico-investigative, ma non potevamo basarci solo su questo per raccontare le nostre storie. E quindi quello che abbiamo fatto, molto semplicemente, è stato metterci a studiare costantemente con l’aiuto di consulenti forensi e medici legali. Col tempo e con la documentazione abbiamo capito che la scienza a volte deve piegarsi a esigenze di copione, noi abbiamo cercato per certi versi di fare l’esatto opposto, sposando il metodo peraltro già introdotto da Kathy Reichs nei suoi libri.

Come è caduta la scelta della città di Montreal come ambientazione della mini, c’è un motivo particolare?
Il motivo principale è stato “tecnico”. La figura del Coroner in Canada ha ben altre mansioni oltre a quelle di “semplice” tecnico e consulente, come avviene in Italia per il medico-legale, con il quale non va affatto confuso. Noi avevamo l’esigenza di dare ampio margine di azione investigativa a Yoric, mantenendo il ruolo di “spaccamorti”. Inoltre è innegabile che le atmosfere che volevamo dare alla miniserie ben si sposavano a nostro avviso con l’architettura di Montrèal, anche se un editore poco lungimirante ci disse “ma perché Montrèal, per un noir è sicuramente meglio Caracas”. Onestamente, Yoric a Caracas avrebbe sofferto troppo il caldo…

Ogni numero come ricordate voi in penultima pagina è ispirato ad un fatto realmente accaduto. Questi sei casi da voi citati nella miniserie vi hanno particolarmente colpito. Potreste dirci il perché, almeno di alcuni e potreste confessarci se ne avete uno a cuore nello specifico?
Ci sono molti, moltissimi casi giudiziari, che ci hanno lasciato un senso di profonda inquietudine. Nello scegliere un caso piuttosto che un altro, siamo partite dal concetto che esistono diversi motivi e modi per uccidere e non sempre chi lo fa può essere etichettato come assassino tout court. Attraverso Yoric volevamo spiegare l’omicidio da un punto di vista assolutamente amorale, senza giudicare l’atto, pur trovandolo insopportabile.
I casi che abbiamo scelto hanno cercato, almeno nelle intenzioni, di scardinare l’imperativo categorico per cui se uccidi sei per forza malvagio; la realtà è molto più complessa di così. Per questo forse siamo più “legate” al caso affrontato nel numero 2 – La Morte Dentro - e alla figura di Zeno, che potrebbe essere etichettato come un cannibale e punto. Ma se una persona vuole farsi mangiare è ancora un omicidio o una forma perversa di suicidio?

A nostro avviso un numero speciale, particolarmente filosofico e poetico, a cui abbiamo già accennato, è il numero 3 illustrato da Paola Camoriano, un numero scritto e disegnato da donne e dove giovani donne sono le protagoniste. Da esso emerge una tipologia di delitto tristemente nota anche alle cronache italiane, penso al caso di Erika e Omar, per esempio, ed è presente una vostra riflessione su di una profonda verità di oggi, ovvero che alla morte abbiamo sostituito il suo spettacolo; Geoffrey Gorer parlava addirittura di “pornografia della morte”. Di fatto non siamo più in grado di decifrarla, di rapportarci a essa in modo corretto, naturale. Condividete questa analisi e cosa vi sentireste di aggiungere al riguardo?
Abbiamo voluto fortemente che fosse proprio Paola a realizzare il terzo episodio tra i disegnatori scelti per la miniserie, perché lei ha una sensibilità, che a nostro avviso era fondamentale per rendere al meglio la storia. Crediamo che ormai siamo andati ben oltre la pornografia della morte nel momento in cui Bruno Vespa “armato” di plastico della villetta di Cogne chiedeva agli italiani davanti alle telecamere “zoccolo o mestolo?”. È un discorso lungo e penoso, ma il problema non è solo mediatico, quanto piuttosto culturale. Forse tutti dovrebbero studiare un po’ di psicotanatologia, perché in fondo l’unica cosa certa della vita, nel momento in cui nasci è che devi obbligatoriamente morire, quindi è tutto un prepararsi. Levinas riassumeva bene questo concetto, dicendo che nell’essere umano lo sforzo di esistere di fronte all’emozione della morte può fare due cose: cercare di dominarla con la razionalità oppure eliminarla dalla coscienza.

Un altro aspetto molto interessante della vostra miniserie è l'analisi del male inteso come qualcosa che si può organizzare in modo oculato e che esso insieme al caos che ne deriva, può essere controllato e deciso a tavolino. Qual è la vostra effettiva posizione a tal proposito?
Il nostro “cattivo” è in realtà una specie degenerata di benefattore, come dice Yoric nell’ultimo albo. Orson decide di lavorare su un aspetto dell’individuo, che secondo lui non può essere negato: l’uomo è un animale fondato sulla malvagità. Il male non è un’entità a sé stante che di tanto in tanto ci sfiora e ci fa fare cose sbagliate, il male fa parte della natura dell’uomo. Un uomo nel nostro fumetto decide di trovare un metodo che istituzionalizzi l’omicidio, bilanciando in modo quasi matematico vittime e carnefici. Il problema con cui non ha fatto i conti è che mettere regole a questo istinto non è possibile per definizione. Noi crediamo che a suo modo il nostro cattivo fosse una forma depravata di sognatore o di progressista, ma questa visione forse è troppo piena di sfumature per rientrare in maniera funzionale in uno schema controllabile.

Si può dire che questa sia stata la vostra prima vera prova d'autore. Al termine di questa vostra esperienza potete raccontarci cosa avete raccolto e imparato, se ci sono stati aspetti negativi oltre senz’altro ai tanti positivi?
Più che aspetti negativi, ci sono stati aspetti “difficili”. Gestire un protagonista a volte un po’ ingombrante e con il quale spesso ci siamo anche scontrate, creare un universo intorno a lui che fosse di sostegno, che permettesse le giuste pause ricreative o di tensione; studiare fino a farci odiare dai consulenti, dai disegnatori, cercare di mediare tra il nostro desiderio di verosimiglianza e la tempistica dei dialoghi a fumetti. In tutto ciò non dimentichiamo che non è facile mettere d’accordo due teste, che hanno pensieri e idee totalmente diversi, quando non addirittura in contrapposizione!

Sappiamo che state lavorando alacremente ad uno speciale su Yoric. Quando uscirà? Da chi sarà disegnato? Per quanto vi sia possibile, cosa potete dirci al riguardo?
Uscirà per Lucca 2012. Sarà disegnato dal “papà grafico” di Yoric, Francesco Bonanno. La copertina è di Carmine di Giandomenico che è stato molto gentile nell’accettare l’idea della cover. Nello speciale ci sarà qualche novità nel cast dei personaggi secondari, ma non possiamo svelare altro sull’argomento, possiamo però dire che ci saranno nuove incursioni nel passato recente del nostro Spaccamorti, ci eravamo ripromesse di dare qualche risposta in più sul come e perché lui sia diventato l’uomo che è oggi e lo stiamo scrivendo in questi giorni. Vorremmo aggiungere comunque un ringraziamento a Giuseppe di Bernardo e a Claudia Bovini che ci danno la possibilità di sviluppare un soggetto difficile su un tema abbastanza spinoso, sul quale speriamo di lasciare e lanciare qualche nuova riflessione.

Le due ultime domande di rito ormai per le interviste targate Comicus. Partiamo dalla prima. Potete anticiparci qualcosa sui vostri prossimi o nuovi progetti, dopo lo speciale di dr. Morgue?
Principalmente stiamo seguendo i lavori dello Speciale, ma stiamo dedicandoci anche a progetti che avevamo lasciato in sospeso e nuove sfide per le quali ci serviva un po’ più di tempo. È tutto molto vago, ce ne rendiamo conto, ma se ne parlassimo apertamente non saremmo superstiziose.

Infine, attualmente, in ambito fumettistico, quale sono le letture che più vi stanno appassionando?
Seguiamo principalmente le novità e le rarità. Una lettura interessante dell’ultimo periodo, anche se non proprio “classica” e non proprio “recente” è stata I Quattro Fiumi di Fred Vargas; poi ovviamente leggiamo Bonelli da sempre, con un occhio particolare a La guerra dei mondi targata Nathan Never. Di tanto in tanto ci scappa qualche graphic novel francese, ma non troppo perché loro probabilmente non ricambierebbero il favore! E poi non abbiamo più spazio dove mettere “la roba americana” che è finita per occupare qualche valigia temporaneamente libera. Ecco il problema, il vero problema di chi fa il nostro lavoro: lo spazio!

Nessun commento: